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amico o nemico?

"Chi viene a consultarmi chiede aiuto, ma nello stesso tempo lo rifiuta. L'atto terapeutico è una strana battaglia: si lotta strenuamente per aiutare qualcuno che innalza tutte le barriere possibili per provocare il fallimento della guarigione. In un certo senso, per chi è malato, il guaritore è una speranza di salvezza e contemporaneamente un nemico. Chi soffre teme che gli venga rivelata la fonte del suo male di vivere, per cui vuole un sedativo, vuole che qualcuno lo renda insensibile al dolore, ma non desidera assolutamente cambiare, non vuole che gli dimostri che i suoi problemi sono la protesta di un'anima rinchiusa in una prigione di una identità fasulla". Alejandro Jodorowsky

Dal panottico al selfie passando per il Grande Fratello.

Dal Panottico al selfie passando per il Grande Fratello: come il bisogno di guardare e di essere guardati si è modificato nel tempo. Dal guardare come punizione al desiderio di essere guardati come bisogno.
Per chi si fosse perso la diretta radiofonica di giovedì 23 ottobre e la replica andata in onda sabato 25 ottobre su comoradio international.
Mi piacerebbe condividere con voi alcune considerazioni e domande che mi sono sorte preparando questo intervento in radio.
Tutto è nato dalla notizia che nel nuovo DSM V (manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) è stato inserito il "selfie" come disturbo mentale. Il selfie, così inteso, è una dipendenza da autofotoritratto attraverso il cellulare che presuppone l'esigenza di fotografarsi frequentemente e pubblicare le foto nei social network. Il bisogno di essere sempre o spesso sotto gli occhi di un pubblico, mi ha richiamato l'idea del panottico che avevo incontrato insegnando il concetto di privacy in un corso OSS (operatore socio sanitario). Il panottico è un carcere ideale progettato nel 1791 da Jeremy Bentham filosofo e giurista. La struttura di questo carcere permette ad un unico carceriere di tenere sotto controllo visivo una grande quantità di detenuti. L'idea alla base della progettazione era che, non sapendo quando si era osservati, i detenuti avrebbero mantenuto sempre un comportamento corretto per non incorrere in punizioni. Guardare, quindi, come atto correttivo e di potere sull'altro; essere guardati, come punizione e correzione. A chi non verrebbe in mente, pensando al panottico, il Grande Fratello? la trasmissione prende spunto dal romanzo "1984" di George Orwell, in cui il leader sorveglia e reprime il libero arbitrio dei cittadini attraverso le telecamere. Perchè si partecipa al Grande Fratello? Probabilmente per l'illusione o la motivazione alla notorietà e al successo. Speranza di ottenere contratti, riconoscimenti e vantaggi economici. Invece, cosa può esserci alla base dei selfie? (intesi come bisogno compulsivo di fotografarsi e mettersi in rete). Gli esperti ipotizzano una scarsa autostima. Da dove nasce l'autostima? E qui mi piace citare di A. M. Pandolfi:
"Ma è pur vero che se c'è lo sguardo che vedendo in modo amoroso ci conferma e dunque ci fa esistere in modo narcisisticamente positivo, c'è anche lo sguardo che non vedendo o vedendo solo se stesso come Narciso ci annulla, o che vedendo in modo distruttivo come Medusa ci uccide, o che vedendo in modo costantemente critico ci fa esistere in modo svalutato". Penso allo sguardo delle nostre figure di riferimento, generalmente i nostri genitori, soprattutto lo sguardo materno nei primi mesi ed anni di vita. Sguardo fondamentale per confermarci o per annullarci. E quindi, tornando al selfie ed al bisogno di essere guardati, mi domando "viviamo in una società che non è più in grado di guardare i suoi componenti?"
Altra considerazione nata dal cortometraggio con protagonista Kirsten Dunst (lo trovate su youtube se volete comprendere meglio quello di cui vi sto parlando). Se il reale vive per essere usato solo nel virtuale, che senso ha vedersi e vivere davvero? Insomma, mi domando "preferiamo vivere nel virtuale piuttosto che nel reale? e se la risposta è affermativa, perchè sta accadendo questo?". "C'è il rischio che diventiamo spettatori piuttosto che attori della nostra vita?". 
 

C'é un'altra fame in gioco nella fame (Cinzia Paolucci)

Sono continuamente alla ricerca. Di cosa, poi, esattamente non so. Domande. Risposte. Senso. E così sono inciampata in questo bellissimo articolo pubblicato su una rivista dell'Ordine degli Psicologi delle Marche da Cinzia Paolucci.
Parla di disturbi alimentari. Ma non solo di questo. Parla di noi e del nostro bisogno fondamentale: la presenza dell'Altro. Ma dà anche una indicazione basilare: l'importanza della domanda. 

"Nei disturbi del comportamento alimentare ciò di cui si patisce non è la fame. C'è un'altra fame in gioco con la fame. Si digiuna o ci si rimpinza all'eccesso per domandare all'altro un segno di desiderio.
Secondo l'insegnamento degli anni '50 di Jacques Lacan, l'anoressia mentale è l'esemplificazione clinica dell'irriducibilità del desiderio al piano del bisogno. Il neonato, l'infans, ossia colui che ancora non parla, piangendo domanda. In quel pianto non vi è una semplice richiesta di cibo, ma insiste una metadomanda, quale quella fondamentale alla sopravvivenza dell'essere umano: la presenza dell'Altro.
Per Lacan la domanda, l'appello all'Altro è un dato strutturale all'uomo. E' un fattore connivente alla natura dell'individuo, si tratta di una dimensione ineludibile. Un neonato non si dispera solo perchè ha bisogno del seno, ma domanda anche altro. Domanda all'Altro il segno della sua presenza, dell'esserci lì. Tale appello non può sostenersi isolatamente, ossia acquista di senso compiuto solo se al movimento di richiesta, di apertura verso l'Altro, corrisponde un movimento di ritorno, opposto, ovvero una risposta. Il registro della domanda s'impone per via del fatto che in ragione del bisogno il bambino si indirizza all'Altro, per dirgli ciò di cui manca, per domandargli qualcosa. Sia per Freud che per Lacan, il bisogno deve, nel campo delle relazioni umane, articolarsi in una domanda per essere soddisfatto."


Il lutto perinatale ed il sostegno alle coppie.

Il lutto perinatale ed il sostegno alle coppie. - psicoterapia  ancona

Quando una coppia perde un figlio, l'evento probabilmente più devastante nella vita di una persona e di una coppia, lo spazio di dialogo e di scambio non di rado si contrae. Si è di fronte al timore di trovarsi faccia a faccia con il dolore e la disperazione dell'altro, ma anche alla paura di travolgere l'altro con il proprio stesso dolore e la propria stessa disperazione. La creazione di uno spazio  psicologico-psicoterapeutico per la coppia diviene allora una necessità di "sopravvivenza" per la relazione. Considerato che nel lutto perinatale il trauma non appartiene solo a uno dei due ma riguarda la coppia e la travolge nei suoi equilibri, è fondamentale che lo spazio terapeutico coniughi la necessità di elaborare il trauma con il bisogno di riprendere e/o salvaguardare lo scambio emotivo della coppia. Il "paziente" diviene allora la relazione di coppia che non significa perdere di vista i suoi componenti come individui, ma sapere che nella psicoterapia di coppia "uno più uno fa tre".

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